““Ogni particolare di questa opera comunica con noi,
ci raggiunge con poetici versi raccontando
una bellissima storia di altri tempi ”

Statua di San Bartolomeo - NOTIZIE STORICHE

La statua raffigurante l’apostolo San Bartolomeo è oggi inserita in una nicchia posta sulla facciata dell’Oratorio di Cavalieri di San Giovanni, edificio ammodernato agli inizi del secolo scorso sito in Corso Cefalonia, adiacente alla odierna Chiesa della Pietà; in una nicchia adiacente è posizionata la moderna scultura dell’artista fermano Lucchi Del Zozzo, raffigurante San Giovanni Battista e realizzata nel 1955.
La scultura in pietra era precedentemente collocata sulla facciata della Chiesa omonima, oggi Chiesa della Pietà, “probabilmente nel secondo ordine del prospetto, dove venne poi aperta la moderna finestra rettangolare (…) La Chiesa di San Bartolomeo passò all’Arciconfraternita della Pietà, eretta in città nel 1564, che ne cambiò il titolo in quello attuale”.
La Contrada San Bartolomeo ha preso il nome dall'omonima Chiesa di San Bartolomeo Apostolo, esistente già dal 1192.
La contrada era tagliata in due dalla Via delle apothecae, o botteghe, oggi Corso. La parte più consistente era costituita da vaste aggregazioni popolari, dai borghi perché proprio qui stazionarono più numerosi gli abitanti delle comunità straniere, che nel XIII secolo aumentarono in maniera considerevole la popolazione della città: gli Ebrei, i Bergamaschi (dai quali prende il nome l’attuale via Bergamasca), gli Albanesi, e Schiavoni richiamati a Fermo dal riattivarsi del porto.
Le abitazioni con botteghe di molti maestri artigiani provenienti da altre città formavano un isolato di borghesia benestante. Tra le attività tipiche dei borghi e della piccola borghesia artigianale spiccavano quelle dei mulattieri, dei barbieri e dei sarti, e altre repellenti che dovevano essere svolte lontano dal centro: pescaria, beccaria o platea porcorum (mercato degli animali a Palazzo Azzolino), conce o scorticatolo (via delle Conce), gualchiere o lavorazione della lana (zona dell’Orzolo adiacente a San Bartolomeo). Non è un caso che tali attività si svilupparono nello spazio limitrofo alla Chiesa dedicata a San Bartolomeo, da sempre riconosciuto come protettore di sarti, macellai, conciatori e tutti i mestieri concernenti l’uso di lame e la lavorazione delle pelli.

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La scultura – la cui datazione si aggira tra il XIII e il XIV secolo – è di rozza manifattura e rappresenta la classica iconografia dell’Apostolo raffigurato come uomo con barba e capelli ondulati che tiene in mano un rotolo e sulle spalle la propria pelle.
La figura poggia su di un basamento di fronte al quale, sul lato destro, si trova una testa maschile che viene attribuita a Rinaldo da Monteverde.
Il 24 Agosto 1379, giorno dedicato a San Bartolomeo, Fermo decide di fare la rivoluzione – facta fuit revolutio civitatis Firmi, que oppressa erat iugo tirannice pravitatis domini
Raynaldi de Monte Viridi” e si libera di Rinaldo da Monteverde che tre anni prima si era impadronito della città commettendo efferatezze e delitti.
Tale giorno diventa simbolo di libertà, talmente importante per la comunità fermana che entra nello Statuto fermano la disposizione di celebrare annualmente – nel giorno dedicato all’Apostolo – la ricorrenza della liberazione “a tyramnica rabie”.
Rinaldo fugge e trova rifugia nella rocca di Montefalcone, ma nel 1380 viene tradito da Egidio da Monturano e Bonaccorso Riguetii da Potenza Picena; i Fermani catturano Rinaldo, la moglie Luchina e i figli.
Due giorni dopo furono portati a Fermo in sella ad un asino, volti all’indietro e con una corona di spine sul capo, entrando in città da Porta San Giuliano.
Condotti in piazza, di fronte a Palazzo dei Priori Rinaldo e due figli vengono decapitati di fronte al popolo in tripudio.
Sempre Antonio di Nicolò racconta nella sua Cronaca che l’anno seguente – “il 25 Febbraio furono scolpiti i capi di Rinaldo, un tempo tiranno, e dei suoi figli, e collocati in cima ad una lapide nella piazza di San Martino, dove erano stati decapitati. Accanto alla bocca scolpita di Rinaldo pare che siano state scritte le seguenti parole:

“Tirano fui pessimo e crudele”

E ancora

“Sol per mal fare di me e di Luchina, cari miei figli pateste disciplina”

Lo statuto comunale di Fermo del 1383, promulgato dopo la restaurazione delle magistrature popolari, nel cassare tutte le disposizioni ordinate da Monteverde durante il suo regime, lo definì con gli appellativi di “secundus Nero” e “saevissimus tyrannus” decretò inoltre che il giorno del 2 giugno, a memoria della sua esecuzione, venisse celebrato come festa pubblica e che San Bartolomeo fosse annoverato fra i protettori della città per averla liberata dall’odiato tiranno.
Secondo il Pirani è molto improbabile che la testa rappresenti Rinaldo da Monteverde;
infatti le teste scolpite furono fatte togliere nel 1419 per ordine di Ludovico Migliorati, che non voleva nella sua città un monito rivolto a tutti i tiranni.
Si tratta quindi, più che di una verità “filologicamente intesa, impossibile da appurare (..) di un sentire comune, capace di attribuire un significato alle immagini e a perpetuare un ricordo. In altre parola, la fonte storica qui, appare non tanto il manufatto quanto la vulgata opinio, tesa a serbare in modo indelebile il ricordo del tiranno ucciso”.

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